La natura vive sempre (anche su carta)

Un giardino è fatto dal tempo, stagionale e meteorico. Non si ferma, non è mai perfetto e mai morto, è in continuo divenire e ci trasporta con i suoi ritmi. by Anna Piussi

First published in
GreenUp Magazine Mar 2014

Che una studentessa con la testa tra le nuvole annaffi una pianta finta è quasi normale, ma che anche un ‘garden’ non veda la differenza è triste. Ai fini di ricerca, sono andata a visitare un garden center in Toscana, e dirò i peccati e non il peccatore, perché altrimenti rischio la querela, ma se leggendo questo qualcuno si identifica corra ai ripari. Nonostante la sua buona reputazione, fatico a trovarlo perché è mal segnalato, perfino le indicazioni su Google maps non corrispondono al luogo in cui si trova e mi perdo per chilometri di paesini prima di arrivarci a tarda mattinata. Vedo che chiuderà per la santa ora di pranzo, fino alle 15:30, per cui svanisce il mio sogno di mangiare un panino mentre passeggio fra piante, e mi resta mezz’ora per vederlo. Un grosso cartello su ogni porta mi informa che è proibito fare foto. Perché? Pensano che io foto- grafi le piante belle e la faccia fare a buon mercato in Cina? O forse si preoccupano dell’arredamento, che contrariamen- te al nome di ‘garden center’ occupa larga parte dello spazio disponibile, riempiendo una bellissima struttura di serra con sedie, poltrone, tavolini, accessori, di qualità già mediocre. Ma io, per deformazione professionale e linguistica, cerco quel che di giardino dovrebbe esserci in un garden center, e all’inizio mi preoccupa perfino quel divieto, perché quando vedo belle combinazioni di piante mi piace fotografarle e tenerle come riferimento. Comunque qui non c’è pericolo di stancare la macchina fotografica, solo il polso, prendendo appunti sulle cose che non mi convincono.

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 Il labirinto cosparso di mobili nei quali sono inciampata cor- rendo alla ricerca delle piante è decorato con fiori finti, e que- sto mi lascia basita. Si presume che un ambiente riparato e ricco di luce naturale sia l’ideale per ambientare arredamento da esterni, affiancando a questi salottini in rattan delle belle piante in vaso si valorizzerebbero entrambi, ma invece no, ci sono fiori artificiali di qualità indifferente e di specie non iden- tificabile. Le piante vere sono disposte su banconi, un primo gruppo all’interno vicino all’ingresso sfida la logica, associan- do piante da interno con piante da esterno. E questa è una cosa che mi fa subito rizzare il pelo, perché da lì nasce molta dell’ignoranza comune, che sembra essere quasi promossa in certi negozi. Nel primo bancone interno, che cattura i clienti perché ci passerebbero anche se fuori piovesse, si mescolano le proposte stagionali, che sono in fiore in quel momento, come d’inverno i ciclamini, con le piante che davvero devono stare al chiuso praticamente tutto l’anno, come le orchidee. L’assortimento sfugge alle categorie ecologiche: piante da sole e da ombra sono mescolate, piante tropicali ‘da interni’ accanto a quelle ‘da giardino’. Un ciclamino e una Phalenopsis, ad esempio, hanno in comune solo una certa tonalità di rosa del fiore, a parte quello sono bestie totalmente diverse - se si mettono sullo stesso bancone di offerte andrebbero ben distinte per esigenze. Basterebbe segnalare con divisioni chiare e cartelli in che ambiente vanno tenute le piante una volta comprate.

Nella grande serra esterna ci sono bancali con narcisi in vaso già pronti a essere piantati. Lo ammetto, ci sono indicazioni per posizionarli e coltivarli su un grande cartello al centro del bancone, ma niente nei singoli vasetti. E questi, come ogni vaso intorno a loro, sono pericolosamente secchi, al punto di volarti per aria quando li prendi in mano per guar- darli. Anche la persona più inesperta riconoscerebbe dalle foglie smorte e il portamento afflosciato che tutte le piante erbacee nei banconi stanno morendo di sete. Quella delle etichette è una mia vecchia lamentela e da anni che sono in Italia e aspetto che anche qui diventi pratica comune mettere etichette su ogni pianta, con il nome comune e quello scientifico, e con indicazioni su quelle che sono le loro esigenze di sole, acqua o quant’altro necessitano.

Abbandonate le piante alla loro sorte, finisco il giro del gar- den center. Se mi venisse un colpo di fulmine per un criceto, potrei uscire con bestiolina, gabbietta, cibo, targhetta perso- nalizzata e anche un paio di libri che mi dicano, dalla a alla zeta, come tenerlo in vita. Bibliofila accanita, io provo tutto se c’è un manuale che mi dica come crescerlo, mangiarlo o tenerlo in vita, e qui c’è un’intera biblioteca su animali, cucina da interni, esterni, dietetica e spaziale, e perfino découpage. Ma non vado in un garden center per comprare padelle, animali, fiori artificiali, ancor meno per quei quadri di cavalli e viste di Manhattan che inesplicabilmente fan parte dell’arredo da esterni. Io ci vado per le piante. Se nelle piante medesime non ci sono etichette, potrei almeno sperare di trovare un volantino nelle vicinanze, che mi informi sui nomi e una lista delle loro esigenze e preferenze? Va bene che ci sono piantine che pesano meno d’un cartone del latte vuoto, e non mi tentano, ma per una bella pianta di clementini, coperta di frutti, affronterei quei 50 e passa euro di prezzo se fosse accompagnata da qualcosa di scritto. Una pianta di agrumi, lo so, vuole un vaso e un terriccio apposito – che veramente venderebbero meglio se messi accanto alla pianta stessa – e per chi non lo sapesse, vuole un manuale tutto suo.

Mettendomi nei panni di una novizia, tornando alla timida incer- tezza di anni fa, quando dovevo tenere un occhio sulla pianta e l’altro sul budget, e non volevo rischiare di ammazzare la prima e fare un buco nella seconda, sarei uscita senza niente in mano. No, per non rischiare occhiatacce alla cassa sarei uscita sicuramente con una rivista, o con un libro. E così mi avvicino alla cassa chie- dendo lumi. Invece no, ci sono davvero solo due miseri scaffali, fra Peppa Pig e un libro sul Sushi, perché, dice la commessa, è inverno. Mi limito a chiedere spiegazioni. È inverno, la casa editrice (una sola) ha ritirato i libri vecchi, ne sono rimasti pochi, adesso aspettano quelli nuovi, ma sono molto belli, dice. Infatti, si tratta di un’ottima casa editrice. Se c’è un posto dove non saprei resistere ad acquistare è la zona vicino alle casse, dove finisco sempre per comprare almeno una rivista e un manuale, per rifarmi della benzina sprecata a venire qui. Proprio perché siamo in inverno: il momento adatto per studiare.

 Un giardino è fatto dal tempo, stagionale e meteorico. Non si ferma, non è mai perfetto e mai morto, è in continuo divenire e ci trasporta con i suoi ritmi. È inevitabile che per un profano l’inverno sembri un tempo morto, e si ricorda solo in primavera di chiedere urgentemente un giardino in fiore, ma chiunque vive in campagna o lavora nel settore sa che non è allora che ci si riposa. L’inverno è quando si studia, si disegna, si pianifica per il prossimo anno, si fanno i lavori di muratura o nel campo, si semina al coperto e poi fuori, si dividono e propagano le piante, si raccolgono i vimini e le canne per il resto dell’anno. Io controllo i manuali sull’orto e pianifico le rotazioni per l’anno. Sarebbe bello avere la scienza infusa, ma poiché si nasce ignoranti, la cura delle piante si impara sul campo, in anni di esperienza, oppure è dal Seicento che esiste la stampa e le informazioni si comunicano, e si espandano, molto più rapidamente sui libri. Grazie, Gutenberg.

Alla fine della visita del ‘garden center’ esco con un desiderio estremo di natura, di stagionalità, e una certa depressione. Volevo essere almeno meravigliata, corteggiata dalle piante, anche solo a comprare qualcosa, e invece mi sono solo persa fra mobili e banconi di piante in riga senza nomi, manco fosse un cimitero di guerra. A ripensarci mi sono persa anche l’unica possibilità di apprendere - c’era un acquario pieno di pesci in vendita, e un libro sul Sushi. Forse avrei potuto...

 

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